Il kayak da mare

Storia e regole del kayak da mare in Italia

Il kayak da mare arriva in Italia intorno al 1985. Prima di allora la canoa si praticava sui fiumi, sui laghi e in ambito agonistico, e sul mare si vedevano sandolini da spiaggia.

L’idea di navigare lungo la costa con scafi tecnici, ponte chiuso e gavoni stagni, arriva dai paesi anglosassoni e attecchisce grazie a poche decine di persone.

Gli anni dei pionieri

In quegli anni in Italia si trovavano quasi solo i Valley Nordkapp inglesi, importati da una ditta di Genova, e i P&H costruiti a mano in Inghilterra, fra cui il modello Baidarka.

L’unico modo per conoscere altri pagaiatori era una lista di indirizzi, quella dei clienti che avevano importato un Valley, che l’importatore faceva circolare. Da quelle telefonate è nato tutto il resto.

Storia del kayak da mare: kayak caricati sul tetto di un camper alla Arctic Sea Kayak Race del 2001, in Norvegia

AIKM, il primo nucleo

Logo dell’AIKM, Associazione Italiana Kayak da Mare, la prima associazione nella storia del kayak da mare in Italia

All’inizio degli anni Novanta nasce in Sardegna la prima associazione italiana di kayak da mare, l’Associazione Italiana Kayak da Mare, organizzata da Sergio Cadoni con R. Badas, Salvatore Medde, Francesco Ravasio e Raymond Varraud.

1992

Nel 1992 comincia un bollettino trimestrale, scritto a macchina e spedito a mano, che serviva a diffondere notizie e a scambiarsi indirizzi e numeri di telefono per potersi incontrare di persona. La quota associativa nasce per pagare quel bollettino, senza guadagno.

1994

Nel 1994 registrano la testata in tribunale, aderiscono alla UISP e tengono i primi corsi per istruttori, costruiti sul modello della British Canoe Union.

1995

Nel 1995 Raymond Varraud, aiutato da Sergio Cadoni, pubblica il primo libro italiano sul kayak da mare. Era nato come testo per i corsi, poi lo aprirono a tutti.

Copertina del libro Il Kayak da Mare, navigare come gli esquimesi, il primo libro italiano sul kayak da mare, curato dall’AIKM e uscito nel 1995

Il Kayak da Mare, navigare come gli esquimesi: il libro dell’AIKM uscito per Planetario nel 1995, nato come testo per gli esami d’istruttore.

Pagina del bollettino Il Kayak da Mare della primavera 2001, con il raduno all’Argentario e la Lario Marathon, documento della storia del kayak da mare in Italia

Una pagina del bollettino Il Kayak da Mare, primavera 2001: il raduno all’Argentario, la Lario Marathon e il CD con i notiziari dal 1997 al 2000.

Il Kayak da Mare

Nel 1997 l’AIKM diventa “Il Kayak da Mare”.

Il bollettino arriva a quaranta pagine a colori, i soci a circa centocinquanta, e gli incontri si estendono a tutta Italia. Nel 1998 Sergio Cadoni pubblica il primo manuale con un corso di navigazione.

Nel 2001 lo staff non riesce più a reggere il carico e decide, a malincuore, di sospendere tutto. Come ultimo regalo ai soci il direttivo prepara un manuale con gli itinerari dettagliati delle più belle uscite in kayak da mare.

Quel manuale di itinerari è l’antenato diretto del Portolano.

Serve una patente?

No, e non esiste. In Italia chiunque può andare in kayak senza alcun titolo.

Le certificazioni come Pagaia Azzurra accertano il livello delle capacità acquisite da un pagaiatore e servono a chi vuole crescere tecnicamente, a chi noleggia attrezzatura e a chi fa uscite guidate. Non limitano la navigazione libera e non vanno confuse con la patente nautica.

Quanto lontano si può andare

Il riferimento di base è il codice della nautica. Dal 2018 canoe e kayak contano come natanti da diporto, quindi come tutte le barche sotto i dieci metri devono restare entro un miglio dalla costa. L’articolo 27 si legge in Gazzetta Ufficiale.

Sopra questa base però non si può generalizzare, e non ci proviamo.

Ogni capitaneria di porto pubblica ordinanze più restrittive, e spesso lo fanno anche i singoli comuni. Sono migliaia di documenti, cambiano da tratto a tratto e da stagione a stagione, e qualunque riassunto pubblicato qui sarebbe sbagliato per qualcuno e vecchio entro l’anno.

La regola pratica è una sola: prima di andare, si guarda l’ordinanza della capitaneria competente per quel tratto. È un controllo che richiede cinque minuti e vale più di qualsiasi pagina riassuntiva.

Le aree marine protette

Vale lo stesso principio. In zona A non si naviga, in zone B e C il kayak non incontra limiti particolari, ma ogni area ha il suo regolamento e l’ente gestore lo aggiorna quando vuole.

E le specifiche contano più del divieto generale, perché spesso non sono divieti secchi: ci sono spiagge dove non si può sbarcare ma si può arrivare a nuoto, e tratti percorribili solo in certi mesi.

L’elenco ufficiale delle aree marine protette, con i regolamenti, è sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Come la vediamo

Sottocosta non pubblica interpretazioni di leggi e ordinanze, e non si sostituisce alle capitanerie né alla Federazione Italiana Canoa Kayak (FICK).

Quello che possiamo fare è più utile: ricordare che le regole cambiano da tratto a tratto e da stagione a stagione, e che informarsi prima è parte della navigazione tanto quanto guardare il meteo.

Rispetto delle regole e rispetto dell’ambiente sono la stessa abitudine, vista da due lati.

E il secondo non è una dichiarazione di intenti. Nel sistema di certificazione le conoscenze ambientali sono una materia d’esame dal terzo livello: habitat costieri italiani, fauna e flora del Mediterraneo, sistema delle aree protette, e il saper navigare riducendo al minimo il proprio impatto.

Sopra le regole di legge ci sono quelle che ci siamo dati noi, e le abbiamo scritte in un decalogo. La più semplice è anche quella che si ricorda meglio: la spiaggia si lascia più pulita di come la si è trovata.

Storia e regole del kayak da mare: due kayak all’ingresso di una grotta marina, nell’acqua turchese